42 – Ària
42 Ària
Esce per nusica.org il nuovo album del quintetto: un suono rarefatto tra acustico ed effettistica, con il dialogo tra voce e trombone come tratto distintivo, tra improvvisazione e scrittura, sperimentazione e forma-canzone.
Il disco sarà disponibile su tutte le piattaforme digitali dal 18 aprile,
preceduto dal singolo Time Thieves, in uscita il 10 aprile.
Ària
Giuditta Franco – voce
Edoardo Cian – chitarra, banjo
Giulio Tullio – trombone
Francesco Bordignon – contrabbasso
Francesco De Tuoni – batteria
Ària: la rarefazione come linguaggio, tra voce e trombone in contrappunto
Esce venerdì 18 aprile per nusica.org Ària, nuovo album dell’omonimo quintetto composto da Giuditta Franco (voce), Edoardo Cian (chitarra e banjo), Giulio Tullio (trombone), Francesco Bordignon (contrabbasso) e Francesco De Tuoni (batteria). Ad anticipare il disco, da giovedì 10 aprile sarà disponibile il singolo “Time Thieves”.
Ària nasce come trio (voce, chitarra, trombone) con l’obiettivo di mettere gli strumenti sullo stesso piano e creare uno spazio aperto all’improvvisazione. Al centro c’è l’esplorazione di un suono rarefatto: attraverso l’effettistica e la ricerca timbrica, le identità individuali si moltiplicano e si fondono fino a diventare un vero “suono del gruppo”.
L’evoluzione in quintetto amplia il campo: contrabbasso e batteria aggiungono un tappeto ritmico e una gamma timbrica più estesa, mettendo in risalto intrecci di voci e armonie del nucleo originario e portando nuovi stimoli sul piano del groove. In questo equilibrio tra rarefazione e tensione si colloca uno dei tratti distintivi del gruppo: il contrappunto tra trombone e voce, due linee vicine per estensione e colore, pensate come una “doppia voce” d’ensemble.
«In un ensemble con la voce siamo abituati a sentirla come leader – racconta Giuditta Franco –. Io volevo cercare un altro ruolo: portarla sullo stesso piano degli altri strumenti. Ci piaceva molto l’idea del dialogo con il trombone, per creare una sorta di contrappunto: a livello timbrico sono molto simili. È una ricerca sonora che apre tantissime possibilità, non solo l’espressione di un testo — e questa è una delle cose per me più importanti.»
I brani di Ària sono in gran parte originali, firmati dai singoli membri e poi sviluppati collettivamente in fase di arrangiamento.
L’intenzione è quella di creare immagini sonore con una sensazione quasi visiva, come pennellate che prendono forma nel tempo. Un percorso maturato anche in contesti formativi come Siena Jazz e nutrito da riferimenti condivisi: il trio Azimuth di Norma Winstone, John Taylor e Kenny Wheeler come orizzonte di riferimento, e, sullo sfondo, gli ascolti che hanno accompagnato la formazione del gruppo nell’area di Carla Bley e Charlie Haden.
Il repertorio media tra improvvisazione libera e scrittura e tiene insieme sperimentazione radicale e ricerca sulla forma-canzone.
Il singolo Time Thieves di Francesco Bordignon, scelto ad anticipare l’uscita del disco dal 10 aprile, è una “space ballad” strutturata in tre sezioni (tema – improvvisazione – tema) con una drammaturgia costruita sulla rivelazione progressiva. Il tema si compone di due linee distinte — note lunghe affidate a voce e trombone, una linea più articolata affidata a chitarra e contrabbasso — ma nella prima esposizione la chitarra si muove liberamente, senza rivelare del tutto l’intreccio melodico che comparirà solo alla fine. La sezione centrale è un’improvvisazione radicale: nell’album, il solo collettivo è stato registrato partendo dall’energia e dalla densità di un momento conclusivo, asciugando progressivamente la trama sonora fino a un ambiente minimalista, e poi sottoposto a reverse. L’ascoltatore percorre quindi il percorso al contrario — dal minimalismo verso una trama sempre più fitta, fatta di suoni che, ribaltati, richiamano parzialmente gli strumenti convenzionali ma offrono timbri inaspettati. Si arriva così al tema finale, eseguito per la prima volta a tempo e con groove, con le due linee melodiche che si intrecciano nella loro interezza mentre la batteria orchestra il tutto portando il brano al suo culmine dinamico.
Underwater di Edoardo Cian si muove in una rarefazione lenta, con un suono che si plasma in una dimensione quasi metafisica fino a trasformarsi in silenzio: nasce da una nota ostinata ribattuta che dà vita all’intera composizione, tra accordi enigmatici e illusioni ritmiche, prima di aprirsi nella terza parte a echi folk e rock. Qui la nota ostinata non scompare ma genera una frase melodica ricorrente che sottolinea, assieme alle parole del testo, la difficoltà del movimento e il tentativo continuo di liberarsi da una condizione-limite.
Wonders di Giuditta Franco costruisce un’atmosfera onirica fatta di suoni riverberati ed echi, con la voce che si fa evocazione sonora e il trombone che riprende la melodia all’unisono; una sezione più acustica e quasi rock — sostenuta dal metro — conduce a un tema finale in cui la melodia si distende e si dissolve in nuove linee sovrapposte tra voce e trombone, chiudendo il cerchio dell’esperienza sonora.
Valinys di Edoardo Cian, dedicato alla ricerca del compositore e percussionista Sylvain Darrifourcq, esplora la polimetronomia e il “groove scomposto”: l’incastro meccanico tra batteria e chitarra, sullo sfondo del contrabbasso ad arco, contrasta con le linee di trombone e voce in una dialettica continua tra costrizione e libertà. Nella sezione centrale batteria e chitarra si liberano dall’incastro per dialogare nello spazio, prima di tornare al metro scomodo finale, dove trombone e voce improvvisano liberamente su un riff che resta però meccanico, fino alla coda in cui ogni strumento si “congela” progressivamente su note singole del tema, dissolvendosi in un’unica nota finale.
Accanto alle composizioni originali compaiono due riletture. Holland di Sufjan Stevens viene ricondotta a un impianto d’ensemble in cui il dialogo tra voce e trombone diventa asse narrativo e timbrico, mentre l’effettistica contribuisce a spostare il brano nell’ambiente sonoro del gruppo. Black and White di Stefano Onorati e Marco Tamburini, con testo di Giuditta Franco, è un’altra riscrittura significativa, sviluppata dal quintetto nel proprio percorso di definizione del repertorio.
Ària – Ària
Tracklist
Valinys — musica di Edoardo Cian
Holland — musica e testo di Sufjan Stevens, arrangiato da Ària
Wonders — musica di Giuditta Franco
Time Thieves — musica di Francesco Bordignon
Black and White — musica di Stefano Onorati e Marco Tamburini, testo di Giuditta Franco, arrangiato da Ària
Valinys Reprise — musica di Edoardo Cian
Underwater — musica di Edoardo Cian, testo di Giuditta Franco
Registrato il 12 e 13 agosto 2025 presso Eastland Recording Studio di Cormòns (GO) da Francesco Blasig. Mix e master di Francesco Blasig. Prodotto da Ària.
Produzione
Pubblicato da nusica.org, 2026
Per informazioni
www.nusica.org – info@nusica.org
Ufficio stampa e comunicazione
Giuseppe Bettiol – comunicati@giuseppebettiol.it – +39 349 1734262
Profili
Giuditta Franco – voce
Nata nel 2001, si forma tra Conservatorio “A. Steffani” di Castelfranco Veneto, Royal Conservatory of The Hague e Accademia Nazionale Siena Jazz. Nel 2024 vince il Premio Nazionale “Chicco Bettinardi” (categoria cantanti). Ha svolto residenze e attività concertistica in Italia e all’estero, con un percorso di perfezionamento anche al New England Conservatory di Boston.
Edoardo Cian – chitarra
Chitarrista formatosi al Conservatorio “Cesare Pollini” di Padova (diploma 2023) e attualmente al Master di Siena Jazz University. Ha ottenuto una scholarship per il Berklee Undergraduate Program presso Umbria Jazz Clinics (2022) ed è stato tra i finalisti del Conad Jazz Contest/Conad Jazz Festival con F.A.D.E. Quartet (2023). È attivo anche in progetti come Cenobium e in ambiti trasversali (circo contemporaneo, workshop internazionali).
Giulio Tullio – trombone
Classe 1997, trombonista attivo tra jazz, produzioni discografiche e progetti teatrali. Ha collaborato con artisti e formazioni in ambiti diversi, tra cui Elio, Fabio Concato, Fabrizio Bosso e Danilo Rea, esibendosi in festival e rassegne nazionali. Affianca l’attività live a incisioni e lavori in studio con progetti di area jazz e pop.
Francesco Bordignon – contrabbasso
Nato nel 1999, laurea triennale con lode al Conservatorio “A. Pedrollo” di Vicenza (2022) e perfezionamento a Siena Jazz. Attivo nella scena jazz con concerti e collaborazioni in Italia, affianca l’attività live a progetti discografici. Nel 2024 riceve il Premio Enzo Frassi.
Francesco De Tuoni – batteria
Nato nel 1999, studia batteria e percussioni jazz al Conservatorio “Cesare Pollini” di Padova e si laurea con lode alla Siena Jazz University. È finalista al Conad Jazz Contest/Conad Jazz Festival con F.A.D.E. Quartet (2023) e partecipa a progetti discografici e live con musicisti della scena italiana. Prosegue l’attività tra concerti, registrazioni e produzioni d’ensemble.
Ària
Underwater (E. Cian/G. Franco)
Underwater richiama il concetto di rarefazione, di lentezza del movimento, di come il suono venga plasmato all’interno di una dimensione metafisica, fino a trasformarsi in silenzio prima di riaffiorare in superficie. Vuole descrivere questa condizione subacquea che impedisce una visione nitida delle cose, alterando la forma della realtà, che infine si ritrova intrappolata nel vuoto, nell’abisso, come in un incubo surreale, descritto appunto dal verso finale del testo. Le parole descrivono queste sensazioni che, nella musica, si manifestano soprattutto all’inizio attraverso una cellula melodica statica: il brano, infatti, prende le mosse da una nota ribattuta e ostinata, che da vita all’intera composizione. Da una cellula semplicissima prendono forma armonia e ritmo, tra accordi enigmatici e illusioni ritmiche che si risolvono solo nella terza parte del brano, in cui l’atmosfera, appunto, “subacquea”, lascia il posto a echi di canzoni folk e rock, influenze condivise tra i componenti del gruppo e presenti nel disco attraverso i brani. In questa parte della canzone la nota ostinata genera una frase melodica ricorrente, che, assieme alle parole del testo, vuole sottolineare ancor di più la difficoltà del movimento e il tentativo continuo di liberarsi da questa condizione e superare un limite.
Wonders (G. Franco)
Wonders è un brano nato dall’idea di creare uno spazio sonoro sospeso, un’atmosfera onirica. Questa visione prende forma attraverso l’uso di suoni riverberati ed echi, resi ancora più intensi dall’intreccio tra la voce e il trombone. La voce, quasi un’eco essa stessa, si fa evocazione sonora che dialoga con il trombone, il quale, con precisione e incisività, riprende la melodia all’unisono.
La ritmica sostiene ed esalta questa idea iniziale, donando al brano un’energia più acustica e quasi “rock”, sottolineata anche dal metro. Dopo l’esplorazione sonora del trio di contrabbasso, batteria e chitarra nei soli, il brano ritorna al clima originario di “sogno e meraviglia”. Nel tema finale, il solo di batteria ricarica la melodia, che si distende e si dissolve in nuove linee sovrapposte, generando echi e rimandi tra voce e trombone, fino a ricondurre l’ascolto alla melodia iniziale, chiudendo il cerchio dell’esperienza sonora.
Valinys (E. Cian)
Valinys è un brano dedicato alla ricerca musicale del compositore e percussionista Sylvain Darrifourcq; esplora il mondo della polimetronomia, nel tentativo di creare sezioni nettamente separate tra loro in cui batteria e chitarra dialogano, improvvisano e si scontrano in figure ritmiche complesse che all’ascolto danno l’idea di un “groove scomposto”. Il meccanico incastro tra chitarra e batteria, sullo sfondo di un contrabbasso suonato con arco, contrasta nettamente con le linee melodiche di trombone e voce, cifra stilistica del gruppo, dando coerenza al brano all’interno del disco. L’intera composizione gioca sulla prigione “meccanica” che la polimetronomia evoca e, d’altro canto, racconta il tentativo di liberarsene. La parte centrale del brano, infatti, è caratterizzata da uno sviluppo solistico di batteria e chitarra che finalmente si liberano dall’incastro ritmico, dialogando nello spazio, per poi tornare ancorati a un tempo e a un metro “scomodo” nella parte finale del pezzo, in cui la sezione ritmica ostina un riff su cui trombone e voce improvvisano liberamente. Ma il riff è pur sempre meccanico, e come tutti gli ingranaggi può bloccarsi, rompersi: da qui l’idea della coda, in cui ogni strumento progressivamente si “congela” su note singole del tema, che si dissolve in un’unica nota finale.
Time Thieves (F. Bordignon)
Time Thieves si può definire come una “space ballad”, una composizione scritta con l’intento di avere un momento all’interno dell’album di introspezione, di ricerca timbrica e di abbandono all’improvvisazione radicale. Il brano si suddivide in tre sezioni: un’esposizione del tema iniziale, un’improvvisazione nel mezzo e un’ulteriore esposizione del tema per concludere. Il tema si compone di due linee differenti che dialogano tra loro, una caratterizzata da note lunghe affidata a voce e trombone e un’altra più articolata affidata a chitarra e contrabbasso. Tuttavia queste due linee melodiche nella loro interezza compaiono solo nel tema finale. L’esposizione del primo tema vede infatti protagonista la melodia di voce e trombone, suonata senza tempo, con la chitarra che si muove liberamente tra l’armonia del brano e la linea, senza quindi rivelare del tutto quello che sarà l’intreccio melodico esposto alla fine.
La sezione centrale, come già detto, è una improvvisazione, senza regole e con l’intento di avere un momento all’interno del pezzo che ad ogni esecuzione esplori mondi e situazioni sonore diverse, portando i musicisti ma anche l’ascoltatore stesso ad essere immerso nel momento presente. Nella versione presente nell’album è stato deciso di esplorare la tecnica del reverse e l’improvvisazione è stata dunque costruita basandosi sulla destrutturazione. L’idea è stata quella di iniziare il solo collettivo con l’energia, la densità e la dinamica di quello che potrebbe essere un momento conclusivo e proseguire asciugando sempre di più la trama sonora fino ad arrivare ad un ambiente più minimalista. A questo punto la sezione è stata sottoposta ad un reverse, ogni suono viene dunque riprodotto capovolto e quello che sente l’ascoltatore inizialmente è la fine minimalista del solo appena descritto che pian piano si sviluppa verso una trama sonora più fitta, fatta di suoni che essendo in reverse richiamano in parte agli strumenti convenzionali ma offrono anche spunti e timbri inaspettati. Si arriva dunque al tema finale, un’esposizione eseguita non più nell’etereo contesto precedente dove la pulsazione è completamente assente ma con un groove e un metro specifico. Le due linee melodiche descritte precedentemente si intrecciano e si manifestano nella loro interezza in una sezione finale in cui la batteria orchestra il tutto portando l’energia del brano al suo culmine.
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