41 – Roundabout
41 Roundabout
Giulio Scaramella
Esce per nusica.org Roundabout, il nuovo disco del pianista Giulio Scaramella: un progetto che mette in dialogo formazione classica e linguaggio jazzistico, intrecciando composizione e improvvisazione in un quartetto capace di muoversi tra rigore formale e libertà espressiva.
L’album è su tutte le piattaforme digitali dal 18 marzo, preceduto dal singolo Può Succedere, in uscita il 13 marzo.
Cartella stampa: https://press.giuseppebettiol.it/roundabout-scaramella
Giulio Scaramella – pianoforte
Jure Pukl – sax soprano, sax tenore
Alessio Zoratto – contrabbasso
Luca Colussi – batteria
Certe melodie restano a lungo in attesa: scritte, accantonate, riprese, riscritte. Il disco Roundabout nasce così, come un ritorno a brani composti in anni diversi e tenuti in sospeso finché non hanno trovato una forma definitiva. È il secondo album da leader del pianista e compositore goriziano Giulio Scaramella (classe 1987), fin qui affermatosi soprattutto in progetti condivisi come sideman e co-leader, dentro una fitta rete di collaborazioni che ne hanno consolidato il profilo artistico, tra cui quelle con Fabrizio Bosso, Mauro Ottolini, Vanessa Tagliabue Yorke e Francesco Bearzatti. In Roundabout questa traiettoria ricompone un decennio di idee in un racconto unico, riconoscibile.
Le radici del pianista affondano nella musica classica. Scaramella si è formato al Conservatorio “Giuseppe Tartini” di Trieste sotto la guida del Prof. Igor Cognolato. Si è poi perfezionato presso la scuola biennale di musica da camera del Trio di Parma e ha conseguito la laurea di II livello in interpretazione jazz. Parallelamente ha costruito un’attività discografica ampia, tra incisioni e collaborazioni in contesti e formazioni diverse, sviluppando un linguaggio capace di tenere insieme rigore classico e apertura improvvisativa.
La scrittura di Scaramella si riconosce in questo approccio: mettere a fuoco un’idea e poi lasciare spazio reale a chi suona. Nei brani d’ensemble la musica è pensata per essere immediatamente abitabile, così da mantenere spontaneità e apertura; alcune pagine più concentrate restano invece affidate al piano solo, come territorio di ricerca personale e di controllo formale.
La collaborazione con Jure Pukl al sax soprano e tenore è uno degli assi espressivi del disco: una voce che si intreccia stabilmente al pianoforte, spostando la prospettiva dei brani e ampliandone il timbro. Pukl ha colto quella componente che arriva dal mondo classico e ha risposto con la propria sensibilità, creando un dialogo che tiene insieme approcci diversi nella cura del suono e nella libertà interpretativa. Accanto a loro, Alessio Zoratto al contrabbasso e Luca Colussi alla batteria – una ritmica con cui Scaramella collabora da anni – costruiscono una base che non appesantisce mai: sostengono senza irrigidire, reagiscono senza invadere, accompagnano il racconto con una presenza discreta ma decisiva.
Il disco privilegia melodia, timbro e dinamiche, muovendosi su una tavolozza ampia – dal pianissimo al fortissimo – che richiama una sensibilità quasi orchestrale. È un disco che sceglie la coerenza più dell’effetto: le idee restano articolate, ma vengono tenute dentro una chiarezza che permette alla musica di respirare e all’ensemble di muoversi con naturalezza.
Il titolo richiama un’idea semplice e potente: la circolarità. Un movimento che ritorna, ma non uguale a sé stesso; una forma che si avvolge e si trasforma; un gesto che riprende, sposta, riscrive. Questa impressione attraversa l’album in modo sottile: temi lineari che si appoggiano ad ostinati capaci di spostarne l’asse, sezioni centrali che cambiano prospettiva senza spezzare la continuità, code che si aprono e lasciano i brani in sospensione. Ritorni armonici e variazioni interne tengono insieme il percorso, creando continuità senza mai diventare ripetizione.
Anche la costruzione del disco segue questa logica di movimento. Roundabout alterna piano solo, duo, trio e quartetto, come se cambiasse continuamente distanza dall’ascoltatore. I brani in solo sono pagine più raccolte e concentrate: il pianoforte diventa un luogo interno, di precisione e sospensione. Le formazioni d’insieme, al contrario, aprono lo spazio: la musica si muove nella relazione e l’interplay completa il disegno.
Le composizioni originali di Roundabout creano una serie di microstorie, autonome ma tenute insieme da un’idea di trasformazione interna, di scarti e ritorni.
La title track Roundabout è uno studio per pianoforte solo costruito su un ostinato irregolare: un vortice sonoro che cresce per accumulo e si spegne di colpo proprio quando sembra rivelare la propria geometria. A Short Story, ancora in piano solo, intreccia tre elementi riconoscibili – impulso ritmico, motivo nel registro grave e controcanto acuto – in un equilibrio volutamente precario, che a un certo punto si assottiglia bruscamente per poi chiudersi in una coda più rarefatta.
Tra i brani d’ensemble, Fotografia nasce da un’immagine concreta: un tema lirico che passa dal pianoforte al sax e si apre a un lavoro “coloristico” della sezione ritmica, con la pulsazione che affiora e poi torna a sfumarsi. L’autobus che non ho preso, unica traccia in piano trio, prende spunto da una riflessione su determinismo e libero arbitrio: una scrittura lirica e armonicamente ricercata che procede per piccoli scarti, come un percorso di possibilità alternative. In Può succedere la tensione è soprattutto ritmica: sotto una melodia apparentemente lineare si muove un disegno irregolare che ne sposta costantemente l’asse, lasciando che le improvvisazioni amplino il gioco di prospettive. Bedtime, infine, parte come dialogo contrappuntistico sottovoce tra sax soprano e pianoforte, poi cambia rotta e si apre a una lunga coda improvvisata che coinvolge l’intero ensemble, portando il brano verso la sospensione.
Accanto alle composizioni originali, Roundabout include tre brani che dialogano con la storia musicale del pianista e ne illuminano tre linee diverse. Non interrompono il discorso: lo ampliano, e lo rendono più personale.
Deep River, spiritual afroamericano, nasce da un legame diretto con quella tradizione: per anni Scaramella ha suonato stabilmente con diversi cori gospel e spiritual. Qui il brano diventa una versione essenziale per pianoforte solo, concentrata sul tema e sulla cura dell’armonizzazione e del timbro: un gesto di memoria più che di virtuosismo.
Con The Mozdok’s Train di Anouar Brahem (da Astrakan Café, ECM, 2000) entra nel disco una melodia che accompagna Scaramella fin dagli anni del Conservatorio. Ripresa in piano solo, mantiene il carattere lineare e sospeso dell’originale, costruito su un pedale ostinato: più che una cover, una pagina interiorizzata e riportata a casa.
Infine, Meine Lieder (op. 106 n. 4) di Johannes Brahms: il sax soprano sostituisce la voce e la sezione centrale si apre a un’improvvisazione libera. È un segnale di appartenenza: la radice classica non come “altrove”, ma come parte organica del linguaggio del disco, capace di convivere naturalmente con la dimensione improvvisativa.
L’album sarà disponibile su tutte le piattaforme digitali dal 18 marzo, preceduto dal singolo Può Succedere, in uscita il 13 marzo.
Giulio Scaramella
Roundabout
Tracklist
Può Succedere
The Mozdok’s Train
Fotografia
Bedtime
A Short Story
L’Autobus Che Non Ho Preso
Roundabout
Meine Lieder
Deep River
Produzione
Mix e mastering: Stefano Amerio (Artesuono)
Foto di copertina: Romano Ferlan
Pubblicato da nusica.org, 2026
Per informazioni
www.nusica.org – info@nusica.org
Ufficio stampa e comunicazione
Giuseppe Bettiol – comunicati@giuseppebettiol.it – +39 349 1734262
Profili
Giulio Scaramella (Gorizia, 1987) è pianista e compositore. Si diploma con il massimo dei voti e la lode in pianoforte al Conservatorio “Giuseppe Tartini” di Trieste sotto la guida del Prof. Igor Cognolato, si perfeziona presso la scuola biennale di musica da camera del Trio di Parma e consegue la laurea di II livello in interpretazione jazz. Ha approfondito gli studi in ambito jazz e classico con masterclass di musicisti internazionali (tra cui Danilo Perez, Gwilym Simcock, Nik Bärtsch). È stato premiato in concorsi nazionali e internazionali e nel 2015 ha ricevuto il Premio Franco Russo come giovane talento emergente; con Oirquartett (Abeat Records) ha vinto il premio come miglior opera prima al concorso nazionale “Chicco Bettinardi”. Ha suonato in festival come Umbria Jazz, Mittelfest e Bologna Jazz Festival, esibendosi in numerosi paesi europei. Ha pubblicato oltre 20 incisioni discografiche e ha collaborato con artisti quali Fabrizio Bosso, Mauro Ottolini, Francesco Bearzatti, Jure Pukl e Klaus Gesing.
Jure Pukl è tra i sassofonisti più prolifici e creativi della nuova generazione jazz slovena. Nel 2015 ha ricevuto il Premio del Fondo Prešeren, massimo riconoscimento nazionale sloveno per il contributo alle arti. Ha svolto la formazione accademica all’estero, studiando sassofono classico e jazz presso l’Università di Vienna e il Conservatorio Reale dell’Aia; ha poi ottenuto una borsa di studio al Berklee College of Music, dove ha studiato con maestri come Joe Lovano e George Garzone, e ha conseguito il Master in musica all’Università di Musica e Arti Performative di Graz. Nel corso della carriera ha collaborato con numerosi musicisti di rilievo internazionale (tra cui Dave Liebman, Branford Marsalis, Esperanza Spalding, Vijay Iyer, Jeff “Tain” Watts) e con formazioni orchestrali come la RTV Slovenia Big Band. Ha tenuto tournée in Stati Uniti, Asia ed Europa, esibendosi in club e festival di riferimento (tra cui Blue Note, Ronnie Scott’s, Winter Jazz Festival, Moers Jazz Festival, Berlin Jazz Festival, Jazz à Vienne). Ha pubblicato dodici album a proprio nome e ha partecipato come sideman a oltre 50 progetti, ricevendo attenzione da testate internazionali come DownBeat, The New York Times, Jazzwise e All About Jazz.
Alessio Zoratto è contrabbassista jazz. Si è formato al Conservatorio “J. Tomadini” di Udine studiando contrabbasso jazz con Glauco Venier e Alfonso Deidda, diplomandosi con massimo dei voti, lode e menzione d’onore; ha conseguito con lode anche il diploma in Musica d’insieme jazz nello stesso Conservatorio. Parallelamente ha approfondito il contrabbasso classico con Franco Feruglio e Fabio Serafini. Nel 2025 è stato segnalato dalla rivista Musica Jazz nella classifica Top Jazz tra i nuovi “Talenti italiani”. Ha suonato in numerosi festival e rassegne in Italia e all’estero, tra cui Umbria Jazz e Umbria Jazz Winter, oltre a contesti istituzionali come il Teatro La Fenice e trasmissioni Rai. Ha collaborato con artisti e formazioni nazionali e internazionali e partecipa stabilmente a diversi progetti, tra cui formazioni guidate da Glauco Venier e Luca Colussi, oltre a progetti con Giulio Scaramella
Luca Colussi (1978) è batterista e docente, attivo nella scena jazz italiana. La sua attività artistica comprende collaborazioni con musicisti di rilievo del circuito europeo e americano, con concerti in Europa e negli Stati Uniti. Nel corso della carriera ha lavorato, tra gli altri, con Randy Brecker, Kurt Elling, David Liebman, Steve Grossman, Oliver Lake, Don Menza, Fabrizio Bosso, Flavio Boltro, Francesco Bearzatti, Glauco Venier, Mauro Ottolini e Jure Pukl. Ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti: dal 2004 (vittoria al “Premio Nazionale delle Arti” con il gruppo Namòs) a vari concorsi jazz italiani; nel 2017 è stato segnalato in ambito Top Jazz con gli XY Quartet. La sua discografia include oltre 130 dischi, con tre pubblicazioni a proprio nome. È docente di Batteria Jazz presso il Conservatorio “A. Steffani” di Castelfranco Veneto.
Roundabout
Può succedere
Il brano, composto nel 2016, si basa su una poliritmia: sotto ad una melodia scritta prevalentemente in 4/4 si articola un disegno in 5/8. La mano sx del pianoforte delinea un ostinato che a tratti spicca interagendo melodicamente con il motivo principale.
Il tema viene esposto prima in piano solo per poi essere riproposto dal sassofono soprano; la sezione dedicata alle improvvisazioni si sviluppa in 3/4.
Roundabout
La titletrack dell’album rappresenta una sorta di “studio” per pianoforte solo ed è caratterizzata da un martellante ostinato in 15/4, costruito attraverso un incastro fra mano sx e le prime tre dita della mano dx; la melodia, semplice e minimale, è affidata principalmente a 4° e 5° dito.
L’idea che l’autore vorrebbe trasmettere con questa breve composizione (2’38”) è quella di caotico e frammentato vortice sonoro che si spegne improvvisamente non appena l’ascoltatore comincia a comprenderne la natura.
Fotografia
Il primo dei brani in quartetto presenti nel disco presenta un tema dal forte carattere lirico, che viene esposto prima dal pianoforte e poi dal sassofono con una libera interazione coloristica della sezione ritmica. La pulsazione metronomica diventa nitida nella sezione dedicata alle improvvisazioni, per poi sgretolarsi nuovamente nella riproposizione della melodia finale del brano.
Bedtime
Scritta nel 2015, “Bedtime” rappresenta un esperimento di semplice composizione contrappuntistica a due voci dal sapore antico; sax soprano e pianoforte dialogano sottovoce in un ambiente sonoro delicato, quasi fragile a tratti. La seconda sezione del brano cambia completamente rotta; un loop ipnotico di 4 bicordi suonati nella regione grave del pianoforte costituisce le fondamenta di una lunga coda liberamente improvvisata che vede la partecipazione di tutta la band.
A short story
Un racconto breve per piano solo. Tre soggetti ben distinguibili ed introdotti uno alla volta: prima l’elemento ritmico ossessivo in 5/8, poi il motivo principale al basso, e infine una contromelodia dai valori più dilatati nel registro acuto.
I tre personaggi si inseguono durante tutta la narrazione intrecciando le loro parti e raccontando le loro storie, a volte da soli, a volte sovrapponendosi, in un equilibrio che può apparire precario. Circa a 2/3 del brano, dopo un lungo crescendo che sembra stia per sfociare nel caos, vi è un brusco crollo della dinamica; uno dei personaggi rimane improvvisamente da solo sulla scena e ricomincia il suo racconto, portandoci alla conclusione della storia in una coda velatamente malinconica.
L’autobus che non ho preso
Unica traccia dell’album registrata in piano trio. Il brano è contraddistinto da un lirismo marcato e da una ricerca armonica piuttosto sofisticata.
“L’autobus che non ho preso” prende ispirazione da una riflessione su determinismo e libero arbitrio, e sugli infiniti possibili percorsi che si aprono davanti a noi ad ogni singolo istante della nostra vita.
Meine Lieder
Meine Lieder fa parte di un ciclo di lied scritti da J. Brahms fra il 1886 e il 1889; il testo originale è scritto dal poeta svizzero Adolf Frey.
Se il mio cuore comincia a risuonare
e ai suoni scioglie le ali,
si librano nell’aria da me qua e là di nuovo smorte delizie, indimenticate,
e le ombre dei cipressi.
Cupe suonano le mie canzoni!
In questa versione, il sassofono soprano prende il posto della voce e la parte centrale è dedicata ad un’improvvisazione libera.
Deep River
Spiritual afroamericano dalle origini anonime, Deep River diventa celebre a partire dal 1917 in seguito all’arrangiamento per pianoforte e voce di Henry T. Burleigh.
Fra le numerose versioni del brano, ricordiamo l’interpretazione di Paul Robeson del 1927, e quella più moderna di Mahalia Jackson nell’album “Let’s Pray Together” del 1964.
In “Roundabout” troviamo una breve versione in piano solo; un’essenziale esposizione “rubata” del tema di cui viene curata in particolar modo l’armonizzazione e la ricerca timbrica ed espressiva.
The Mozdok’s Train
“Astrakan Café” (2000,ECM) è uno degli album più celebri del suonatore di oud tunisino Anouar Brahem, registrato assieme al clarinettista Barbaros Erkose e al percussionista Lassad Hosni.
In “Roundabout” è riproposta una versione in piano solo di “The Mozdok’s Train”, caratterizzato da un ipnotico pedale in mi bemolle su cui scorre una semplice melodia costruita sul modo misolidio.
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